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Solidarietà con gli imputati della lotta contro la macchina delle espulsioni

domenica 29 gennaio 2017

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Nel 2010, due ondate di perquisizioni e di procedimenti multipli legati a dei numerosi attacchi (incendiari e non), di volta in volta legati, slegati, ed associati nel quadro di un’istituzione tentacolare, sono arrivati a reprimere la fase offensiva di lotta contro la macchina dei fermi e delle espulsioni dei sans-papiers che aveva aumentato la sua intensità dopo l’incendio del centro di detenzione di Vincennes da parte degli stessi reclusi il 22 giugno 2008. Dopo la caduta dei campi d’imputazione più pesanti, e dopo anni di procedimenti pieni di incoerenze e palesemente portati avanti per giustificare misure di sorveglianza, controlli giudiziari e carcerazioni preventive, dieci compagni e compagne si ritrovano in questo momento convocati di fronte alla giustizia. Un primo processo che chiamava in causa quattro persone, di cui tre erano state incarcerate nel 2011, ha avuto luogo nel giugno 2017. Una di loro è stata rilasciata, gli altri tre hanno preso 4 mesi con la condizionale e 500 euro di ammenda per imbrattamento in concorso (delle tag) e rifiuto di fornire il DNA. Uno di loro ha fatto ricorso in appello contro questa sentenza e tornerà quindi a processo prossimamente.

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Il 31 gennaio, ci sono 7 persone che andranno a processo (una di loro era già stata giudicata durante il processo di giugno). La logica è la stessa: dopo la cagnara di mezzi politici e giudiziari, quattro persone vanno a processo soltanto per un rifiuto di dare il DNA e farsi fare le foto segnaletiche, mentre gli altri tre sono accusati in più di fatti di imbrattamento, occupazioni selvagge e brevi di locali delle imprese che partecipano al fermo e all’espulsione dei sans-papier (in questo caso Air France, SNCF et Bouygues Telecom).

Rispetto a questa repressione dunque i processi in corso costituiscono il fragile epilogo, queste sono delle dinamiche delle lotte autonome e auto-organizzate che si proponeva di rompere, cercando di rompere i legami che si stavano costruendo allora nelle lotte all’interno ed all’esterno dei Centri di Detenzione Amministrativa (CIE). Più ampiamente, si proponeva di porre fine alle forme di lotta auto-organizzate ed offensive che, a partire dal 1996 nel movimento cosiddetto dei “sans-papiers”, si sono opposte ai partiti, ai sindacati, alle logiche gestionarie e umanitarie, per difendere la libertà di tutti, con o senza documenti.

Se il rifiuto della politica di selezione dei migranti e la lotta contro i mezzi repressivi che la accompagnano hanno preso svariate forme, collettive e “affini” , privilegiando, a seconda dei momenti, o allo stesso tempo, l’agitazione pubblica e l’attacco diffuso, è la prospettiva di opporsi concretamente alla macchina dei fermi e delle espulsioni che ha costruito il legame tra le differenti di questo periodo di lotta.

Attaccare a quelli che partecipano e approfittano dei fermi e delle espulsioni dei sans-papier con mobilitazioni decentralizzate (contro Air France, Accor, Bouygues, Carlson Wagonlit, la Croce Rossa…) oppure, in maniera più puntale e diffusa, opporsi alle espulsioni, organizzarsi contro le retate, iniziare a costruire nuovi spazi nei centri di detenzione, che fosse con attacchi, occupazioni, manifestazioni, visite non amichevoli di giorno come di notte, è sempre lottare per la libertà di tutti e tutte.

Al giorno d’ggi questa questione è più che mai d’attualità. Adesso che un nuovo progetto di legge prevede di aumentare ancora il periodo di detenzione fino a più di tre mesi, che si lavora per selezionare i migranti alle porte dell’Unione Europea, ora che i migranti che mettono in crisi la gestione di questi dispositivi sono sempre più numerosi , è tanto più urgente darsi i mezzi per ostacolare la messa in campo dei dispositivi di fermo, di repressione e di espulsione.

Pertanto, in questo periodo estremo di confusione e di crisi internazionale della gestione migratoria, nessun intervento sovversivo all’altezza dei tempi è arrivato, in questi ultimi anni, a colpire realmente la buona gestione delle migrazioni e la sua cogesitone umanitaria.

Le pratiche, l’elaborazione offensiva nelle sue forme varie e viventi e le analisi che hanno creato l’inventività di queste lotte si sono sclerotizzate, la loro vitalità si è persa. Con la mancanza di prospettive rivoluzionarie, lo scoraggiamento si fa strada e le logiche “pragmatiche” e “realiste”, sarebbe a dire umanitarie, trionfano. Si vuole parlare di “sostegno ai rifugiati” quando delle lotte avevano imposto il rifiuto di questa denominazione di Stato (o dei cogestionari) che avalla la selezione dei migranti, la regolarizzazione sulla base della normalità, del lavoro, della famiglia o dell’amore per la patria, come di questa posizione di “sostegno” che condanna all’impotenza ed al paternalismo, e nella quale si pongono ormai quelle e quelli che volevano in altri tempi farla finita con le frontiere ed i fermi in tutte le forme.

Un’epoca di pacificazione e di confusione, la cui pagina merita di essere voltata al più resto, con il ricordo di quello che avrebbero potuto essere queste lotte, di quello che avrebbero potuto avere di realmente offensivo, e la volontà di ripercorrere i cammini della sovversione dell’esistente, dei suoi difensori e dei suoi falsi critici.

Al posto delle cementificazioni politiche e identitarie, delle contrazioni egotiche e delle modalità di affermazione politiche che non possono che aumentare nella separazione e nell’isolamento, bisognerà rivestire di radicalità la vanità ed i derivati nei quali affonda la triste routine che viviamo, dovremo trovare nuovi spazi di lotta non intimistici e privati, senza dèi né capi, nei quali non si tratterà più di collocarsi, o farsi collocare, in una posizione, che sia sul piano politico, di affinità e/o identitario.

Piuttosto che ricostruire il passato per stabilire una mitopoiesi a dispetto di un presente decomposto, e di delimitare dei pré-carrés [1] a dispetto di un passato composto [gioco di parole tra décomposé – decomposto e composé-composto ma anche passato prossimo] nel quale le divergenze potevano esprimersi, dialogare, vedersi confrontare nella costruzione comune di prospettive rivoluzionarie, è urgente estrarre dalla memoria di lotte proteiformi, viventi e dilaganti, con cui nutrire il nostro rifiuto di questo mondo, dello Stato e delle sue frontiere.

Questi due processi, come tutti gli altri messi in campo contro quelle e quelli che lottano, sono colpi nemici portati avanti dallo Stato nella guerra sociale in corso da sempre, è nostro compito riprendere l’iniziativa e l’offensiva piuttosto che continuare a subire.

Non lasciamo giudicare in silenzio la Libertà per tutti e tutte, con o senza documenti Fuoco a tutte le prigioni!

pafledab@canaglie.net

[Tradotto dal francese da Round Robin.]


[1Doppia linea di fortezze all’italiana, posta a protezione delle frontiere del Regno di Francia con i Paesi Bassi spagnoli nel XVII secolo. (NdT.)