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Solidarietà con gli accusati dell’incendio di un’auto di polizia a Parigi

sabato 20 giugno 2015

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A seguito dell’ipermediatizzazione di un’auto di polizia incendiata sotto gli occhi di una dozzina di telecamere, cinque persone sono state arrestate,in serata o nel giorno seguente,accusati di un attacco che tutto sommato avviene abbastanza spesso, tutti odiano la polizia,e capita quasi ogni giorno che venga attaccata in diversi modi su tutto il territorio, specialmente in questa maniera!

A seguito del fermo di polizia, una persona è stata rilasciata, gli altri quattro sono sotto accusa per “tentato omicidio volontario” “violenza volontaria in banda organizzata su pubblico ufficiale” “distruzione di bene pubblico in banda organizzata e partecipazione a gruppo armato” Uno di loro è inoltre accusato del delitto di avere rifiutato di sottoporsi al prelievo del DNA.

I quattro sono attualmente in detenzione preventiva (tre liberati sotto controllo giudiziario il 24 maggio).

Se le accuse altisonanti a loro rivolte(“tentato omicidio”)e la conseguente minaccia( ergastolo)non reggeranno al processo servono nel frattempo ad assicurare loro la detenzione preventiva sotto la benedizione di qualche sadico in toga.

I media della democrazia, obbedienti agli ordini, hanno fatto bene il loro gioco,il loro zelo pari solo alla loro servilità impeccabile alla violenza estrema e normalizzante, in nome della pace sociale.

Una bella soddisfazione data ai sindacati della polizia che quel giorno manifestavano, sembra essere l’obbiettivo secondario del ministro degli interni e del governo.

Un po’ di emozioni forti per il cittadino medio, un po’ di vendetta per la polizia, deterrenza per i ribelli.

E ‘alla base di questo trittico vile che la ragione di Stato si è messa all’opera contro alcuni compagni, probabilmente scelti a caso da qualche fascicoletto scadente della pseudo “ultra-sinistra”, categoria inventata dallo stato che ha già dato luogo a decine di processi, incarcerazioni, e spionaggi di ogni genere,dall’ultimo decennio ad oggi.

(ancora oggi la famosa “macchina delle espulsioni”resta a giudizio e molti compagni e compagne ancora sotto indagine)

Probabilmente lo stesso fascicolo utilizzato recentemente per emettere divieti e accuse varie con la scusa dell’emergenza sociale.

Oggi riteniamo necessario rielaborare tre posizioni importanti:

  • Come rivoluzionari, saremo sempre dalla parte di coloro che sfidano, contaminano, attaccano l’ordine e quindi anche la sua forza, in una prospettiva di emancipazione. Perché la rivoluzione non avverrà nei saloni con power-point , del folklore militante e filosofi annoiati, ma in strada, con l’odio, il fuoco e la speranza.
  • Questi compagni avrebbe potuto essere qualsiasi delle migliaia di manifestanti che si sono riversati nelle strade ridipingendola con i colori della gioia negli ultimi mesi. Potevamo essere noi, o voi, tu o io. Questa repressione è quindi un attacco contro tutti i rivoluzionari e , contro tutti coloro “che odiano la polizia” e che odiano il lavoro.
  • Pertanto, la questione del “senso di colpa” o dell’innocenza dei comnpagni accusati appartiene solo al potere , e lasciamo queste considerazioni, il vocabolario del codice penale, che non sono e non saranno mai nostri, a quelli dall’altra parte (siano essi poliziotti, giudici, avvocati o giornalisti). Questo gesto, chiunque siano gli autori, è parte di una lunga tradizione di pratica rivoluzionaria, che dobbiamo difendere come tale . Non si tratta di legittimare questo tipo di attacco, giustificarlo, o minimizzarlo, ma di attaccare ogni principio di legittimità, ogni tendenza alla giustificazione, ed ogni moderazione nell’ attacco anti-autoritario al dominio, e gli agenti che proteggono il loro regno.

Affermiamo la nostra solidarietà con gli imputati, e soprattutto con il gesto di cui sono accusati, che ricordiamo, è un atto di vita quotidiana, un atto necessario per tutti coloro che desiderano la libertà, e non un ” terribile evento ultra-violento “o” eccezionale “- l’unico elemento eccezionale potrebbero essere le telecamere onnipresenti, non solo lo stato, e neppure i journaflics, contrariamente, ad esempio, dei cosiddetti quartieri “sensibili”, dove tutto accade in silenzio, senza copertura mediatica o effusioni, con regolarità. Ripetiamo ancora una volta che le immagini sono un problema contro il quale dobbiamo organizzare concretamente .In caso contrario, i ribelli continueranno a scendere, come albicocche in estate.

In una città come Parigi, che ha gustato nel 2015 una violenza indiscriminata, a cinque minuti a piedi da Quai de Valmy, veramente terribile e sorprendente, davvero violenta, veramente terrorista, è indecente a piangere per la sorte di una macchina di polizia, la cui funzione è proprio quella di farsi prendere a schiaffi in faccia da tutto ciò che rifiuta ordine mondiale di conseguenza. Non lasciamo soli i compagni nel vortice mediatico-repressivo che li rendono degli individui assetati di sangue e cannibali feroci, oggetto di dibattiti sterili “contro” o “a favore” della “violenza”.

No, di fronte allo Stato e ai suoi lacchè, sono nostri ccompagni, e noi siamo i loro.

Né verità né giustizia, complicità e rivoluzione.
La miglior difesa è l’attacco.
Libertà per tutte e tutti.

Il 24 maggio 2016 a Parigi, pochi anarchici.

[Tradotto da Il Buco.]