forumarticles Section Audio La Fanzinotheque brochures journaux nouscontacter Acceuil
Home > Other langages / Otros idiomas / Altri idiomi / Andere Sprachen… > In Italiano > Lucciole e lanterne // Alta tensione ovunque // Contro la normalità

Lucciole e lanterne // Alta tensione ovunque // Contro la normalità

lunedì 14 marzo 2011

Tutte le versioni di questo articolo: [English] [français] [italiano]


 Lucciole e lanterne

«Democrazia! Ormai lo abbiamo compreso che significa tutto ciò.
Democrazia è il popolo che governa il popolo a colpi di bastone per amore del popolo»

Oscar Wilde.

Dall’aula di Montecitorio a quella del tribunale di Milano, dai marciapiedi della stazione di Torino alle camere di sicurezza della questura di Firenze, dalle metropoli ipervigilate alle valli straziate, per non parlare delle retate poliziesche in tutta Italia, non passa giorno senza che gli animi non rimangano scossi da qualche particolare vicenda politica o di cronaca. E immancabilmente spunta qualcuno che lancia l’allarme sull’«emergenza democratica oggi in corso nel nostro paese», risolvibile, com’è ovvio, con uno scrupoloso rispetto di norme e leggi. Persino quanto è successo ieri mattina in Val di Susa, la caduta non accidentale di un anarchico dal traliccio su cui era salito per protestare contro il TAV e l’esproprio dei terreni, suoi o non suoi poco importa, è stato subito ricondotto all’interno di questo discorso dominante quanto deprimente. E se dalla canea reazionaria si sottolinea l’illegalità del gesto di protesta, anche da buona parte del movimento si fa l’elenco interminabile delle illegalità dei lavori e del loro proseguimento (a dimostrare la legittimità dell’opposizione).

Se la mente non fosse altrove ad ardere di rabbia, ci sarebbe da interrogarsi su come l’orizzonte democratico — nonostante la sua palese aberrazione — abbia potuto colonizzare a tal punto l’immaginario individuale oltre che collettivo. Qual è la democrazia a cui si dovrebbe fare ritorno, quella uscita dalla Resistenza che ha graziato i fascisti e arrestato i partigiani più indomiti? Quella che è stata gestita per lunghi decenni nelle sagrestie e nelle segreterie dalla Democrazia Cristiana? Quella delle stragi di Stato e delle leggi speciali? Quella degli accordi neanche troppo sotto banco con la Mafia? Quella delle tangenti e delle speculazioni? Quella degli «italiani brava gente» che nelle loro missioni militari all’estero stuprano, torturano e massacrano? A questo siamo arrivati dinanzi a nani e ballerine, a rimpiangere grigi burocrati politici o a preferire ingessati funzionari tecnici? Ragionieri, ecco quel che si finisce col diventare, cauti ragionieri che soppesano le conseguenze, pensano alle strategie e alle tattiche più adatte per non scoprirsi inadeguati, per sentirsi sempre sulla cresta dell’onda, per cavalcare i marosi sociali… Perché, quando si cessa di misurare e calcolare, si rischia di piombare giù.

Ma se, a ben pensare, c’è sempre stata una «emergenza democratica», è proprio perché la «normalità democratica» in grado di garantire libertà e benessere per tutti non può esistere. È un mito, una pura menzogna che andrebbe demistificata, ma che purtroppo non corre molti rischi di crollare finché le scintille di sedizione saranno acconciate sotto le più presentabili vesti di laboratori di democrazia.

No, non è un regime politico ad essere rimasto folgorato sul traliccio che dà energia a questo mondo miserabile. Non è la sua vita ad essere oggi in pericolo. Semmai, è la possibilità di intravedere qualcosa di assolutamente altro e di battersi in suo favore — di slancio, senza briciole di calcolo, come fa chi sfida l’alta tensione. Una possibilità che oggi giace anch’essa in coma, e che va rianimata, curata, protetta, difesa, rafforzata, allargata, diffusa. Amata. Una possibilità che non chiede giustizia, ma vuole vendetta. Che non ha solo un treno da fermare, ma un mondo intero da abbattere.

[28/2/12]

Finimondo.


 Alta tensione ovunque

Come (purtroppo) spesso accade, sono gli avvenimenti più drammatici quelli in grado di scuotere gli individui e di far perdere loro la pazienza. Si ha un bel ragionare su quanto accade in giro per il mondo, mostrare le cause istituzionali delle nefandezze che infestano la vita di ciascuno di noi, suggerire possibili punti di frattura. Tutto viene assorbito e metabolizzato, e intanto… Ma poi, ecco che un poliziotto greco uccide un ragazzo, un ambulante tunisino si dà fuoco per protesta, un ribelle valsusino precipita da un traliccio. Tutto cambia. L’imprevisto incendia il panorama, ciò che fino a un attimo prima era una ipotesi-fantasma diventa realtà.

Abbiamo sempre pensato e sostenuto che la lotta contro il Tav non fosse una questione specifica di una piccola vallata piemontese. Che i tempi e gli strumenti di questa lotta non fossero solo quelli decretati da assemblee locali in cui i vari racket politici — di qualsiasi colore, foss’anche il nero dell’anarchia — più o meno esplicitamente si contendono la rappresentatività del movimento. Che vada respinto ogni ricatto collettivista che mira ad accomunare ciò che deve essere diversificato. Che il centralismo è una tara, non una opportunità. Riprendendo una intuizione già sviluppata negli anni 80 nel corso delle lotte antinucleari, persistiamo a ritenere che sia necessario decentrare la lotta e polverizzarla nel territorio. Che se il Tav è ovunque, non è affatto necessario correre in Valsusa e mostrarsi adeguati alla situazione che là si è venuta a creare (e poco importa se oggi come oggi solo in quella vallata i nemici di questo mondo possono prendersi le loro belle soddisfazioni). Che il solo modo per dare aria a quella lotta è quello di farla uscire da quella valle, portarla altrove. Non chiamare a raccolta per stringere un nodo, ma sollecitare a disseminarsi per tessere una rete informale.

Ebbene, da 48 ore non sono più i sentieri della Maddalena ad essere invasi dagli oppositori della devastazione di Stato, ma un po’ tutta Italia. E non vi sono obiettivi univoci, né metodi uniformi. Non è più la (brontolante) adesione collettiva alle direttive di un ceto politico, è il ribollire delle coscienze individuali di fronte al corpo martoriato di un compagno su un letto d’ospedale a mettere oggi in movimento. C’è chi presidia prefetture e chi blocca binari, chi occupa facoltà e chi neutralizza pedaggi autostradali, chi sospende il lavoro e chi dà fuoco a un macchinario. Il dispiegarsi di una miriade di sfumature, anche contrapposte, ma senza alcuna sintesi. E sono ancora tante le possibilità di intervento da scoprire, inventare e sperimentare. Da soli o in compagnia, di giorno o di notte, oggi o domani. Per essere all’altezza di se stessi, non di quanto stabilito da altri.

Anche questa è alta tensione.

[29/2/12]

Finimondo.


 Contro la normalità

Il Tav, è chiaro da tempo, non è solo un treno ad alta velocità, è anche l’emblema di questo mondo fatto di merci, del sempre più veloce, del profitto ad ogni costo, dello sfruttamento nei confronti degli individui e della natura. Per questo forse la protesta contro di esso è una protesta così sentita. Perché spinge a vedere la totalità delle cose, il filo che lega tutte le questioni. Una linea ferroviaria che si vuole realizzare a scapito di chi vive i luoghi in cui verrà costruita, rovinandogli l’esistenza per decenni, occupando quei posti per renderli un cantiere protetto da filo spinato e check point militari. Una sorta di minimondo riproducibile ovunque, passando sopra le persone, i corpi, i sogni, in due parole la vita di ognuno. Ma se a riprodursi e moltiplicarsi è anche la protesta allora tutto può cambiare. Ed è quello che sta accadendo in tutta Italia, con squarci anche in Europa. C’è la consapevolezza, chiara o intuita, che ciò che è in ballo è molto di più della realizzazione del Tav in Val Susa. Perché mentre si lotta si ha bene in mente che la solidarietà è quasi sconosciuta tra chi vive i suoi rapporti nel mondo attuale. Che la devastazione dell’ambiente sta raggiungendo un punto di non ritorno (o forse lo ha già raggiunto), in tutto il pianeta. Che la militarizzazione dei luoghi in cui viviamo, dalle città alle valli, sta per soffocarci. Che il regime democratico, anche quello dal volto pulito o tecnico è un cane da guardia, feroce e assassino.

Ciò che si ha in mente è questo ordine di cose, iniquo e insopportabile.

Dopo la caduta di un anarchico da un traliccio in Val Susa, solidarietà e complicità sono andate estendendosi. Non importa dove; ciò che ribolle nelle vene è spontaneo e più immediato di qualsiasi riflessione o analisi. Una pressione e un’agitazione diffusa sono linfa per la lotta contro l’alta velocità ma anche per tutto ciò che è in ballo. Gli schemi tuttavia non rappresentano una valida bussola da seguire. Agire da individui in fondo è fare ciò che ci si sente di fare, in Val Susa come altrove, da soli o insieme agli altri.

La discussione può essere sempre d’aiuto anche quando è opportuno essere tempestivi. La polemica, a volte un po’ tarata, al contrario non muove gli animi, li appesantisce.

[1/3/2012]

Finimondo.