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Il nemico interno in Val Susa

lunedì 14 novembre 2011

Tutte le versioni di questo articolo: [français] [italiano]

Un testo critico sull’organizzazione interna al movimento No TAV. Non si tratta, qui, di fare un processo ad un movimento nel suo complesso, ma semplicemente di testimoniare quello che abbiamo visto e vissuto.

Sono oramai più di 20 anni che gli abitanti della Val Susa si battono contro il progetto di linea ad Alta Velocità, TAV, che dovrebbe collegare Torino e Lyon. Non torneremo qui sull’inutilità di un tale tracciato, dal costo faraonico, disastroso per l’ambiente (presenza di uranio e amianto nelle montagne), che sfigurerebbe ancora un po’ di più delle valli già ben rovinate dall’autostrada e da un’altra linea ferroviaria. La nostra intenzione, qui, è di cercare di sapere come e con quali mezzi lottare contro questo mostro dei giorni nostri.

Alcune persone del nostro collettivo sono restate diverse settimane al campeggio No TAV, altre ci sono soltanto passate. Ci eravamo venuti una prima volta durante l’estate 2011, prima e dopo l’espulsione, da parte della polizia, del “presidio” [1] della Maddalena, il 27 giugno. Vi abbiamo trovato dei collettivi antiautoritari provenienti da tutta Italia. Diverse cucine vendevano del cibo a prezzo libero per finanziare le lotte anticarcerarie o contro la repressione, altre persone erano venute con delle distribuzioni di libri e testi, le nonne della valle cucinavano vegetariano, perché “cominciamo a conoscervi, voi militanti”, le assemblee erano previste con anticipo ed erano ben partecipate, in rapporto al numero di persone presenti al campeggio, dei laboratori di “fabbricazione di scudi” si succedevano agli scambi di saperi. E se non poche persone si richiamavano alla non-violenza attiva, nessuno si permetteva di fare la morale a quelli che avevano scelto un’altra strategia di lotta. In quell’estate 2011, al campo era percettibile un vero odio, una vera voglia di battersi contro il TAV.

Secondo alcune testimonianze, il mese di luglio 2012 è stato altrettanto combattivo. Ma nell’agosto 2012, le cose erano ben differenti. A parte qualche individuo isolato, non c’erano gruppi che si definissero anarchici od antiautoritari. Il campeggio era gestito dai membri dell’Askatasuna, un centro sociale [in italiano nel testo, NdT] di Torino, occupato da autonomi marxisti-leninisti. Sparita ogni traccia delle mense autogestite, carne e pesce sono tornati nel menu della cucina a prezzo libero “minimo un euro”. Non c’era alcuna rotazione dei ruoli e se si veniva accolti a braccia aperte per pulire i cessi, bisognava quasi insistere per partecipare a [tenere, NdT] il bar. Le assemblee erano animate dall’Askatasuna e dai/le loro amici/e, si tenevano ogni giorno ad ore diverse, a volte ad un’altra ora rispetto a quella stabilita. Non c’era nessun annuncio al megafono, era per caso o girando di continuo per il campo che vi si poteva assistere. Che fosse un caso oppure no, queste assemblee avevano un’importanza fondamentale agli occhi degli organizzatori del campeggio. Senza dimenticare che esse si tenevano unicamente in italiano, senza traduzione. Se i gruppi stranieri non avevano la fortuna di contare al loro seno degli individui che parlavano italiano erano automaticamente esclusi dal dibattito. Cosa che, di fatto, assicurava ai gestori dell’assemblea il monopolio delle azioni e quindi della lotta.

Così, la vigilia del 15 agosto, l’assemblea aveva deciso di fare diversi grandi fuochi, di festa, intorno al campo degli sbirri che protegge i lavori. Questa azione doveva essere pacifica. Abbiamo quindi lasciato il campeggio No TAV senza maschere anti-gas né alcun equipaggiamento particolare. La sola pratica doveva consistere nel battere sulle griglie in ferro delle recinzioni del cantiere. Ciononostante, alcuni incontrollabili hanno fatto un bel buco nel muro e lanciato qualche sasso sui veicoli della polizia. Gli sbirri non hanno avuto bisogno di intervenire, alcuni leninisti del campeggio hanno fatto la polizia da soli/e, a colpi di “smettetela, non abbiamo le maschere antigas”, “il 31 sì, ma non oggi, non era previsto”, “il 31 attaccheremo massicciamente gli sbirri, ma non ora”. Ci sarebbe da credere che la rabbia e la rivolta debbano organizzarsi secondo un calendario ordinato e previsto con settimane di anticipo. Quando siamo tornati al campeggio No TAV, dopo altre provocazioni, gli sbirri hanno tirato fuori un cannone ad acqua. Sono volate delle pietre ed, ancora, i/le leninisti esperti in rivoluzioni sono venuti/e a calmare gli ardori, questa volta in maniera abbastanza aggressiva. I rapporti di forza non erano favorevoli a quelli che volevano proseguire lo scontro con la polizia e le azioni contro il campo degli sbirri sono finite lì. In passato, i comunisti autoritari non hanno esitato a picchiare e mettere a terra quelli che non rispettavano le loro consegne. Gli insulti “schiavi, servi” [in italiano nel testo, NdT], fin là riservati agli sbirri, sono stati diretti anche contro i comunisti. E, con grande piacere della sbirraglia e degli stalinisti (è così, in ogni caso, che noi li chiamiamo) il resto della notte è stato calmo.

L’appuntamento per attaccare il cantiere del TAV era stato quindi dato per il 31 agosto. Circa 200 persone equipaggiate sono partite, verso le 21,30, dal villaggio No TAV per un’interminabile camminata attraverso i sentieri di montagna, che è terminata solo verso le 3 del mattino. Di fatto, verso le 22 una decina di sbirri bloccava i sentieri che portano alle loro recinzioni. Si è tenuta una “assemblea” spontanea per decidere cosa fare. Ciò consisteva più nel venire a prendere le consegne dai capi che nel decidere in maniera collettiva il da farsi. Abbiamo quindi fatto marcia indietro, per farci portare a passeggio attraverso le montagne per altre due ore, in giri inutili, tornando alla fine al punto di partenza. Alla fine è stato lanciato un attacco al campo degli sbirri, permettendo di far cadere una quindicina di metri di barriere, di lanciare pietre di dare fuoco a due camion-cannoni ad acqua. Dopo 20 minuti, mentre gli sbirri indietreggiavano, non si sa chi ha dichiarato che l’azione era finita e che bisognava ripartire. È stato intonato il coro di ritirata (“si parte insieme, si torna insieme”) e tutti hanno abbandonato la zona di fronte per riprendere la camminata notturna. Perché partire dopo soli 20 minuti? Di solito gli scontri possono durare diverse ore. Tutto lascia credere che i comunisti hanno avuto paura di ciò che loro non avevano previsto, di ciò che loro non controllavano ed hanno quindi anticipato la ritirata del corteo. Tornando al campo, un gusto amaro ci è rimasto in gola. Ciò ancor di più perché sapremo poi che c’era fra noi, e nessuno l’ha detto, un giornalista professionista che lavora per “Il fatto quotidiano”, giornale italiano di centro-sinistra. Lui o lei ha potuto filmare una parte dell’azione e pubblicarla sul sito del giornale senza che ciò sia stato discusso. Alla fin fine, questo attacco si avvicina ai metodi delle “tute bianche” [in italiano nel testo, NdT] degli anni ’90 o dei “disobbedienti” [idem, NdT] italiani, per i quali la lotta consiste nello strofinarsi alle forze dell’ordine giusto il tempo di prendere qualche foto e fare qualche video, per far vedere ai media che ci si muove, ma nel ripartire appena le cose degenerano per davvero, com’è stato il caso qui dopo l’incendio dei due cannoni ad acqua.

All’assemblea all’indomani dell’azione, che doveva tenersi alle 18 ma che per ragioni oscure ha avuto luogo alle 15, i capi dei comunisti autoritari si sono felicitati della camminata nella foresta: “è molto positivo, abbiamo esplorato dei nuovi sentieri” (sic!) e al contrario tutti si sono indignati del vedere i blindati [camion, in realtà; NdT] della polizia in fiamme. Visto che ciò non era stato deciso in assemblea, non sarebbe dovuto succedere. Non è loro passato per la mente che non si può parlare in pubblico di azioni che possono portare a diversi anni di prigione. Altri comunisti si sono spinti fino a condannare le azioni che hanno avuto luogo quella stessa notte a Torino, dove diverse banche implicate nella costruzione del TAV hanno avuto le vetrine sfondate. Secondo loro, ogni azione firmata No TAV, realizzata in Italia o altrove, dovrebbe essere discussa e decisa in assemblea al campeggio No TAV e da nessun’altra parte. Da notare che il “guru stalinista” (è così che lo chiamiamo) ha aggiunto che se lui fosse stato là durante l’azione, “non sarebbe andata così”, sottintendendo che lui avrebbe ripreso le cose in mano. Nel mezzo degli scontri, sbruffone o no, si sarebbe fatto rimettere al suo posto in fretta.

Evidentemente, non ci sono state solo cose negative. Ma gli incontri interessanti ed i bei momenti non devono far dimenticare la realtà politica del campeggio.

La morale di questa storia? Nulla che non sapessimo già. Cioè che non bisogna mai credere alle autorità, mai dare loro fiducia; se essi non hanno il controllo [delle cose, NdT] faranno di tutto per riprenderlo, ai danni del movimento, ai danni di ogni iniziativa individuale. In Val di Susa come altrove, i comunisti autoritari, più che alla lotta, si interessano al controllo della lotta.

Qualche anarchico francofono.

Il video: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2012/09/01/notte-scontri-chiomonte/204153/

La lotta No TAV continua, appuntamento il 3 dicembre 2012 a Lyon, contro la venuta di Mario Monti e François Hollande e contro la costruzione della linea ad alta velocità Lyon-Torino.

Testo circolato via mail.


[1[in italiano nel testo, NdT] Presidio: difficilmente traducibile in francese; si tratta di un concentramento di persone od un’occupazione, attiva ed illegale, spesso con caschi, barre di ferro eccetera, nel caso in cui la polizia venisse per creare dei problemi [sic!!! NdT].